La fondazione dell’Università degli Studi di Milano

La formazione specialistica tra Milano e Pavia

 L’elezione di Luigi Mangiagalli nel 1899 al Consiglio comunale di Milano, aveva dato una nuova propulsione allo sviluppo degli Istituti clinici di perfezionamento. Questi Istituti dovevano essere aperti ai laureati desiderosi di completare la loro istruzione medica da un punto di vista pratico, così da evitare una possibile concorrenza con altre Università vicine o lontane. A tale scopo, furono identificati quattro indirizzi: ostetrico-ginecologico, clinica medica, clinica chirurgica, e malattie infettive. A questi si avrebbe poi dovuto aggiungere uno di anatomia patologica. Tre anni più tardi il progetto prende forma, e in seguito ad accordi tra le parti coinvolte, si era costituita un’istituzione speciale denominata “Istituti clinici di perfezionamento pei giovani medici”, che comprendeva anche il reparto Maternità con annessa scuola di Ostetricia e la sezione ostetrico ginecologica dell’Ospedale Maggiore.

Nel 1918, il Professore Oreste Ranelletti, dell’Università di Pavia, aveva il timore che le strutture universitarie di Milano e di Pavia potessero entrare in competizione visto la loro vicinanza geografica e le simili finalità didattiche. Per evitare ciò, si stipulò un accordo di fusione tra la Facoltà medica pavese e gli Istituti clinici di Perfezionamento milanesi. Alla sezione di Pavia sarebbero rimasti i corsi di laurea, mentre a Milano quelli di perfezionamento.


Nel 1923 la legge Gentile aveva dato una nuova legislazione all’Università che stabiliva l’esistenza, a partire del 16 ottobre 1923, dell’Università di Milano costituita dall’Accademia scientifico letteraria, la futura facoltà di lettere e filosofia, e dagli Istituti clinici di perfezionamento. Nella stessa legge era prevista anche la separazione della Facoltà medica di Pavia e degli Istituti clinici di perfezionamento milanesi e se la scissione era inevitabile, non tutti avevano abbandonato l’idea di un’Università integrata Pavia-Milano e molti vedevano il futuro di questo sodalizio nella diversificazione della proposta dei due atenei, per evitare inutili doppioni. Ad esempio Arrigo Solmi, che era appena stato nominato rettore dell’Università di Pavia, era convinto che l’Università di Milano non avrebbe potuto ripetere l’offerta formativa che esisteva a Pavia e quindi le due Università potevano rimanere in qualche modo complementari. A questa posizione Mangiagalli rispose con un articolo sul Corriere della sera del 22 novembre 1923 rimarcando l’autonomia dei due atenei. L’Università di Pavia veniva riconosciuta nella sua integrità, ma non avrebbe potuto ostacolare l’Università di Milano, dato che la vicinanza tra le due città non poteva essere considerata un impedimento per lo sviluppo di entrambe. In altre regioni d’Italia e in Europa esistevano Università alla medesima distanza che avevano la stessa importanza e la stessa struttura. Mangiagalli aggiunse inoltre che Pavia non poteva costituirsi come l’unico centro di attrazione di tutta la Lombardia, dal momento che studenti lombardi studiavano anche in altri atenei.

La Presidenza all’Associazione per lo sviluppo dell’alta cultura e gli ampliamenti della Città degli studi

Nel 1920, Mangiagalli succede ad Ettore Ponti, ex sindaco di Milano, alla Presidenza dell’Associazione per lo sviluppo dell’alta cultura e questa nuova carica favorì il suo contributo allo sviluppo dell’Università. Inizialmente Mangiagalli convocò una riunione dell’Associazione per individuare un’area attigua al Politecnico, dove far sorgere i nuovi edifici per le Stazioni sperimentali dell’industria della carta, delle fibre tessili e per l’industria degli olii e dei grassi. Per contrastare l’edilizia privata sulle aree designate, si istituì una Commissione esecutiva che potesse chiedere al Comune di comprare gli immobili e favorire l’assetto degli istituti di scienza applicata all’industria e alla creazione di nuovi laboratori. L’area individuata era in parte dei fratelli Ingegnoli e in parte del Comune e aveva un’estensione di 40.000 metri quadrati. Nel progetto erano previsti anche alloggi per gli studenti, palestre, e altri servizi, così che l’area avrebbe avuto l’aspetto di un centro completo e moderno che non comprendeva solo edifici destinati alle lezioni o laboratori, ma anche altre aree dedicate ad attività extra accademiche, come si trattasse di una piccola città.

Per questo motivo “Città degli studi” era la denominazione più adeguata per presentare il progetto al Comune. Da questo momento in poi quest’espressione avrebbe identificato per sia il quartiere della città, sia la nuova vocazione universitaria di Milano. Negli anni successivi i lavori di ampliamento continuarono, il Comune aveva confermato gli impegni per il nuovo Istituto di Fisiologia sociale, e grazie alla generosità di Adelina De Marchi, si sarebbe aggiunto alla Clinica pediatrica, e padiglione per l’Onco terapia ginecologica.

Il grande obiettivo per Mangiagalli rimaneva però quello di una “futura città universitaria”, che prevedeva l’ampliamento dell’offerta formativa e l’utilizzo di spazi extra accademici. Tra i vari progetti era previsto l’Istituto di neurologia con la direzione di Carlo Besta, sostenuto da un comitato di benefattori di cui faceva parte anche il socio rotariano Piero Puricelli. Nel 1922 Mangiagalli viene eletto sindaco di Milano e accoglie il ministro dell’Educazione Gentile in visita alla “Città degli Studi” per raccogliere finanziamenti a favore dei progetti in atto. Successivamente Mangiagalli e l’assessore Federico Jarach vennero ricevuti da Mussolini al quale chiesero di anticipare il contributo richiesto allo Stato per il completamento dei lavori: il contributo fu concesso qualche settimana dopo.

La sottoscrizione

Nel 1924 fu lanciata una sottoscrizione a favore dell’Università e del Politecnico che vedeva un cospicuo numero di donatori. Il primo elenco di sottoscrittori comprendeva la Banca Commerciale italiana, il Credito italiano, il Monte di Pietà e anche alcuni rotariani illustri come il socio fondatore Senatore Borletti del Linificio e Capificio nazionale, l’ing. Piero Puricelli e Guido Ucelli, Presidente della Riva che si occupò in modo specifico della facoltà di chimica. A completare l’elenco si ricordano il presidente della Marelli, Stefano Benni, l’editore Ulrico Hoepli, Adelina De Marchi, la quale donò in modo anonimo specificatamente in favore della facoltà di medicina. Altri industriali si preoccuparono di donare delle somme cospicue per specifiche facoltà. La Montecatini per la facoltà di scienze. Cesare Foligno, professore di italianistica ad Oxford, per la facoltà di lettere. Nonostante fosse stata dimostrata la disponibilità di mezzi di cui poteva godere l’Università di Milano, a metà del 1924 mancava ancora il via libera del Consiglio superiore di Stato che arrivò tardivamente solo a fine luglio, dal momento che sussistevano ancora alcuni conflitti derivanti dalla supposta competizione con l’Università di Pavia. Dopo numerosi appelli e diverse lettere e un ultimo accorata preghiera direttamente a Mussolini, Mangiagalli potè presiedere l’inaugurazione dell’Università nel mese di dicembre, alla presenza del ministro dell’istruzione Casati, che in quell’occasione gli conferì il titolo di cavaliere del gran Cordone che era il grado massimo dell’ordine dei santi Maurizio e Lazzaro.

Le prime facoltà dell’Università degli Studi

“Se non conserverai il santuario delle arti belle, se non ti farai officina di sapienti industrie, se non sarai un Ateneo di buoni studi, diventerai un cascinale celtico, soffocato dalle siepaglie e dagli spineti”. (Cesare Correnti, La Vita nuova, Milano e i suoi dintorni. Palinodia, Milano, Civelli, 1881)

Cesare Correnti nella sua fortunata Palinodia riconosceva l’importanza della fondazione di un Ateneo per lo sviluppo di Milano. L’Università di Milano nasce nel 1924 grazie alla ferma volontà del rotariano Luigi Mangiagalli che ne fu anche primo Rettore. Il 28 agosto di quell’anno viene infatti stipulata la convenzione con la Prefettura che sancisce la nascita di quattro facoltà: Giurisprudenza, Lettere e filosofia, Medicina e chirurgia, Scienze matematiche naturali e di chimica industriale. In occasione dell’ampliamento dell’Università nel 1926, Luigi Mangiagalli invita i soci del club milanese a visitare il nuovo edificio  comprendente diverse sezioni e che lo stesso Mangiagalli definiva “grandioso” nell’Allegato del  bollettino n.5, 2 febbraio 1937.

vantato diversi istituti di istruzione superiore, per tutta la sua storia. Già al tempo degli Sforza era stato fondato l’Ospedale Maggiore che sarebbe diventato sede di studi medici. Tra il diciassettesimo e il diciannovesimo secolo nascono l’Osservatorio astronomico e il Politecnico. Negli anni a seguire, gli Istituti superiori vivono vicende alterne fino ad arrivare al 1906, quando sempre Mangiagalli fonda gli Istituti clinici di perfezionamento che non si erano accorpati alla Facoltà di medicina di Pavia. In questi anni, il Senatore succede a Ettore Ponti alla presidenza dell'”Associazione per lo sviluppo dell’alta cultura”, un consorzio per l’assetto degli studi superiori, che aveva avuto come risultato la creazione della Città degli Studi. Con la riforma Gentile, nel 1923, viene fondata anche l’Università Cattolica con due facoltà, Giurisprudenza e Lettere e filosofia. Per quanto riguarda l’aspetto finanziario, l’Università di Milano poteva contare su diverse fonti. Le tasse d’iscrizione, i contributi di Comune, Provincia sarebbero stati amministrati in maniera diversa. Invece di spendere 300.000 lire annue solo per gli Istituti di perfezionamento e Facoltà di lettere, ne sarebbero state predisposte 900.000 per costruire oltre alla facoltà di lettere una facoltà medica, una facoltà di scienze, e una di diritto. Da un punto amministrativo e delle risorse umane invece, bisognava ottimizzare la collaborazione fra gli Istituti clinici, l’Ospedale maggiore e altri istituti sanitari. Con questa strategia, Mangiagalli definisce la sua intenzione di dare vita

Antiche scuole e nuovi sviluppi degli Istituti superiori

Inizialmente il progetto di una nuova Università non era stato accolto con entusiasmo da tutti. Alcuni ritenevano infatti che un nuovo ateneo non fosse necessario, dal momento che l’Università di Pavia non era molto distante da Milano. Inoltre, Milano era considerata una città a carattere prevalentemente commerciale ed industriale e di conseguenza non si sentiva l’urgenza di un Istituto accademico. Per rispondere a queste polemiche, il prof. Ferdinando Livini, Preside della Facoltà di Medicina e chirurgia, espone nella sua relazione diversi argomenti a favore della fondazione dell’Università. Livini sottolinea la vocazione culturale di Milano che aveva sempre


ad un Universitas studiorum non diversa nella struttura da quelle già esistenti e che avrebbe dovuto avvalersi del vincolo “spirituale, intellettuale e didattico” con gli altri istituti superiori. L’Università di Milano, poco prima della sua costituzione, era composta dalla facoltà di Lettere e Filosofia e dagli Istituti clinici di perfezionamento voluti da Mangiagalli, ma si sviluppò velocemente fino a raggiungere le quattro facoltà con le quali viene ufficialmente inaugurata nel 1924.

L’Università e i milanesi

Nella sua Relazione ai soci del club del 15 marzo del 1932, il prof. Ferdinando Livini sottolinea la crescita dell’ateneo, che in pochi anni aveva aumentato gli insegnamenti e incrementato le iscrizioni fruttando così nuovi capitali da reinvestire. La stabilità finanziaria non era stata possibile solo grazie alle tasse, perché la cittadinanza aveva dimostrato interessamento al progetto e le donazioni di molti privati si erano unite a quelle degli Enti pubblici. Tra i vari contributi privati si ricorda la generosità della Fondazione Aldo Pontremoli, del rotariano Piero Puricelli e di Antonio Devoto ed Evelina Pombo Devoto. Per quanto riguarda le associazioni sono citate le borse dell’Associazione femminile per l’arte e l’Associazione per la scuola.

Livini conclude il suo intervento ribadendo l’importanza di un impegno comune per la prosperità dell’Università. “L’Università sarà degna di Milano se ci assisteranno la simpatia e gli aiuti morali e finanziari da parte di Enti pubblici e privati”.

La visione di Luigi Mangiagalli

“Gli edifici che oggi siete chiamati a visitare fanno parte di quel complesso grandioso che è stato nominato “Città degli studi””. Essi costituiscono la nuova Università, la quale comprende la facoltà di lettere, filosofia, la facoltà di Giurisprudenza e una sezione di Scienze matematiche. Visiteremo anche l’Istituto di fisiologia, il quale è diviso in tre sezioni: fisiologia sperimentale, psicologia e fisiologia sociale. Le ragioni per le quali io ho voluto riunire la facoltà di lettere a quella di diritto nello stesso edificio, mi pare che siano intuitive. Ci sono molti studenti che desiderano frequentare alcuni corsi della facoltà di lettere. Ma ho voluto anche che l’Università sorgesse nella Città degli Studi ad indicare così il legame intimo e profondo che riunisce tutte le scienze, le scienze pure e quelle applicate, le scienze filosofiche, morali e storiche, alle discipline matematiche e fisiche (…). Questo è il concetto, del resto, che mi ha guidato a volere che la facoltà di lettere e filosofia e quella di diritto sorgessero nel vasto e complesso edificio della Città degli Studi. (…) Oggi, dunque, voi vedrete questi edifici che io credo facciano veramente onore a Milano e alla nuova Università. Ma voi vi domanderete: “Quale sviluppo ha preso questa Università?” (…). Ho dovuto pensare a chiamare professori da ogni parte d’Italia, e ne sono venuti da Palermo, da Messina, da Napoli, da Torino, da Padova, perché è stata mia cura cercare di avere i migliori da tutte queste università.

Ho dovuto creare una sede per questi insegnamenti, ed ho dovuto dotarli di ricchi laboratori, specialmente quelli che sono adibiti alle ricerche scientifiche. Tutto questo vi indica l’immane lavoro che si è dovuto fare e vi indica come ci siano ancora delle lacune, lacune che vanno rapidamente riempiendosi. Nella Città degli Studi, oltre alle due facoltà che ho detto, avranno sede gli Istituti di biologia che comprendono all’incirca i primi tre anni della facoltà di medicina. Gli istituti clinici avranno tutti la sede ed era naturale, in quell’ampio quadrilatero che sta tra via Lamarmora, Corso Porta Romana, via S. Barnaba e Via Commenda, dove ci sono già i padiglioni ospedalieri e gli Istituti clinici: lì lentamente saranno albergate tutte le cliniche… Questo in breve il programma riguardante le sedi, e voi capite come esso oramai sia prossimo alla risoluzione: risoluzione razionale integrale quale forse non si ha riscontro in nessun’altra Università di grande città. Molte volte si è sollevata la questione della distanza. A Milano c’è ancora questa pregiudiziale egocentrica. In molta parte della popolazione non c’è quella visione lontana di ciò che sarà Milano nel suo sviluppo metropolitano, Milano che avrà fra cinquant’anni forse due milioni di abitanti.

Ora bisogna abituare la nostra mentalità a non considerare più Milano sotto la protezione della madonnina del Duomo, ma bisogna vederla nella sua espansione continua, ed immensa, per cui il problema della distanza diventa contingente. Del resto, voi che avete presente la topografia di Milano, capite come io abbia risolto il problema della sede dell’Università senza troppo venire meno alle esigenze del problema della distanza. E veniamo allo sviluppo dell’Università, che naturalmente è rappresentato dagli studenti, i quali con la loro affluenza dimostrano che il bisogno di una Università a Milano era essenziale. (…) E notate bene che le iscrizioni procedono alacremente, già oggi alla facoltà di lettere e filosofia da 11 siamo saliti a 44. Per la facoltà di medicina, che è stata creata di sana pianta da 18 iscritti che erano al primo anno, oggi sono 87. Nella facoltà di scienze da 24 siamo saliti a 41. Queste cifre riguardano le iscrizioni del primo anno mentre nel complesso gli studenti dei vari corsi salgono quest’anno a circa 2500. Ma ci sono alcune cifre che meritano di essere additate alla vostra meditazione. Questi studenti sono convenuti da ogni parte d’Italia, non c’è colonia che non abbia mandato studenti così anche il Dodecaneso ne ha mandato uno. Dunque, voi vedete come non soltanto a Milano e in Lombardia, ma anche in tutte le regioni d’Italia, l’idea dell’Università di Milano si è fatta strada. Ma non basta: abbiamo 89 stranieri, venuti da ogni parte e quando voi pensate che l’Università milanese non ha che due anni di vita, da questa cifra voi potete immaginare quale sarà il suo pregresso nell’avvenire. Veniamo alla parte finanziaria. Quest’anno sono riuscito ad avere, e vi dirò il modo 700.000 lire circa le quali sono accantonate per i bisogni prossimi non dico futuri perché i bisogni dell’università sono sempre prossimi. Questa è stata in compendio l’opera dispiegata da Milano in pro della sua Università. E devo fare a proposito, non solo delle 700.000 lire, ma di tutte le somme che in antecedenza ho ricevuto. Vi ricordo che la sottoscrizione ha reso circa dieci milioni datimi dagli industriali più eletti, molti dei quali fanno parte di questo circolo. Ed è al cosiddetto industrialismo intellettuale che la nostra Università deve la sua fondazione, la sua creazione, il suo sviluppo e il suo prosperare. Io non sono stato che uno strumento vostro, e se volete uno strumento della città.

Bollettini

Relazione n. 40, 12 ottobre 1926

Il 28 agosto 1924, tra lo Stato e gli Enti locali milanesi veniva firmata la Convenzione per il mantenimento della R. Università di Milano. La Convenzione fu poi approvata con R. Decreto 23 ottobre dello stesso anno. E Milano ebbe così la sua Università completa. Relazione del Prof. Ferdinando Livini, 15 marzo 1932”. [Ferdinando Livini]: “per dimostrarvi non foss’altro che non dormo sugli allori, vi invito, se questo sarà da voi gradito, ad una visita di vernissage al nuovo grandioso edificio dell’Università che conterà gli Uffici dell’Università, l’Università e l’Istituto di Fisiologia. L’Università e l’Istituto di Fisiologia saranno inaugurati il 7 novembre, ma come di consueto invito i rotariani ad una visita di vernissage per il giorno che crederete opportuno”.

Allegato al bollettino n.5, 2 febbraio 1937

“E’ ben naturale pertanto che l’Università Milanese costituisca come del resto era previsto, un centro di attrazione per la gioventù studiosa facendo accrescere la popolazione studentesca, nazionale ed estera, con ritmo costantemente progressivo: i 1.400 studenti del 24-25 sono divenuti 3.350 nel 35-36: gli iscritti alle Scuole di Specialità da 10 sono saliti a 376: e questa marea di studiosi che preferiscono Milano, cresce, s’innalza di anno in anno: e si preferisce Milano perché Milano è Milano e anche perché Milano ha un’Università fiorente di energiche forze: e si fanno sempre più numerose le richieste dall’estero di scambi di insegnanti e di studenti: e si domandano, da rinomate Università e Collegi stranieri, professori nostri che tengano corsi speciali in ogni disciplina. I posti di ruolo dei professori da 43 sono stati portati ad 84: ed è significativo quanto sia ambita anche da colleghi di alto nome, una “chiamata” o un trasferimento all’Università di Milano. Il personale assistente è circa raddoppiato di numero, accresciuto quello tecnico e subalterno, le dotazioni dei laboratori sono molto più alte che in ogni altra Università del Regno, alimentando una produzione scientifica assai larga e molto apprezzata”.

Allegato al bollettino n.5, 2 febbraio 1937.

“E’ da osservare però che questo programma a cui lo stesso Mangiagalli in secondo tempo aveva aderito, riconoscendo le difficoltà che si frapponevano alla realizzazione integrale di una “Città degli Studi” – presentava unilateralmente alcuni indubbi vantaggi: ma non considerava in una visione unitaria tutti i bisogni dell’Università milanese; perché dando una magnifica soluzione alla sede centrale, tralasciava quella delle Cliniche e degli altri Istituti, delle Scienze e della Medicina, in sedi inadatte e insufficienti, con necessità incalzanti per il loro funzionamento. Questi problemi negli ultimi anni si sono affacciati con sempre maggiore urgenza per una risoluzione, così che una questione universitaria si è trasformata in una questione cittadina di alto interesse generale”.